Lo shopping: cosa cambia tra uomo e donna


Un paio di giorni fa, camminando nelle vie del centro di Modena, sono passato davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento, oggetto della discussione tra un ragazzo ed una ragazza. Mentre li sorpassavo ho sentito questa frase: “Beh, ma non pensi che sia un bel punto di glicine?”.

Sull’argomento tornerò più avanti ma niente paura, non riprenderò il tema del post sull’ottanio.

Quello di cui parlo oggi è qualcosa di ben diverso: lo shopping.

Intendiamoci, non voglio caratterizzare questo blog per dei post sulle differenze tra uomo e donna; mi piace, però, vedere come lo stesso oggetto o la stessa azione, possa generare punti di vista (e reazioni) diametralmente opposti.

La prima cosa che verrebbe da dire è che lo shopping, o in generale il fatto di andare in cerca di qualcosa in più negozi, è tanto amato dalle donne quanto odiato dagli uomini.

Falso.

O almeno, ciò non vale per tutti.

Ad esempio, a me piace molto visitare i mercatini dell’usato o dell’antiquariato, andare a fare la spesa o anche fare sosta nei negozi. Certo, dipende dal tipo di negozio e da quanto si prolunga la sosta, ma  comunque mi rendo conto di essere parte di un club abbastanza ristretto. Potrei fare una lista enorme di amici che piuttosto che andare in un outlet con la fidanzata/moglie preferirebbero una vacanza con Marzullo e chiudere ogni sera con la famosa “Si faccia una domanda e si dia una risposta”.

La differenza fondamentale nell’affrontare lo shopping è la prospettiva, il punto di vista dal quale la donna vede l’opzione “possibile acquisto”, che è spesso molto differente da quello dell’uomo.

Ad esempio: una donna può essere disposta a comprare una scarpa scomoda o di una taglia più piccola (se non trova la sua) se si tratta di un modello che le piace, che va di moda, che le amiche le invidieranno.

L’uomo non ci pensa nemmeno: la scarpa deve essere soprattutto comoda. Punto.

A volte mi capita di fermarmi a guardare dei modelli e dire a mia moglie che potrebbero essere interessanti, per sentirmi rispondere “Stai scherzando, vero?”. Un modo gentile per riassumere il concetto ben espresso da Marie in Harry ti presento Sally: “è talmente brutto che non si può neanche spiegare perché è talmente brutto”.

Questione di gusto. Che spesso e volentieri è una questione tipicamente femminile.

Lo spunto per questo post è stata la frase alla quale accennavo inizialmente: “Beh, ma non pensi che sia un bel punto di glicine?”.

A parte il fatto che di solito l’uomo non conosce il glicine, figuriamoci se lo riconosce quando ne vede un punto solo! (ok, come battuta fa schifo…).

Anni fa ero orgoglioso possessore di un paio di pantaloni che, sforzandomi, definirei color ocra ed  una mattina fui salutato da una collega con questa frase: “Bellini, quei pantaloni color rutto d’anatra. Dove pensi di andare?”.

Ancora una volta questione di gusti.

Ma, come detto, quando si tratta di far spese, il tutto verte sulla prospettiva e dunque, ad esempio, in tema di moda il vero problema non è il colore: è l’accoppiamento.

Una donna compra un capo di abbigliamento in base a come può accoppiarlo con un altro che già possiede.

Se ha delle scarpe di un colore cerca la borsa intonata. La necessità di accoppiare il colore delle scarpe a quello della cintura, invece, è un qualcosa di sconosciuto per buona parte degli uomini.

Diciamo che sul tema “accoppiamento di colori” siamo abbastanza fermi a battute come la vecchia “Dottore, dottore, cosa posso mettere per i denti gialli? Provi con una cravatta marrone!“.

Chiudo con l’argomento colore evidenziando l’incredibile capacità delle donne di riuscire ad individuare le tonalità con esattezza anche al netto della luce/obra/riflesso! Per un uomo è impensabile chiedere al commesso di portare fuori una giacca per vedere bene, alla luce del sole, il colore esatto, mentre per una donna, se c’è un dubbio, può essere perfettamente normale, poiché alcuni colori hanno un aspetto al chiuso e uno ben diverso all’aperto.
Tutto questo è necessario, perché conoscere il colore esatto di un capo è fondamentale e funzionale al corretto abbinamento con tutti gli altri.

E può andar anche bene.
Ma se penso al caso delle giacche capisco che qui è in atto una congiura contro noi poveri uomini. Come si definisce con esattezza il colore di una giacca? L’uomo va a occhio, e se viene contestato si mette alla ricerca dell’etichetta interna; la donna, invece, se ha un dubbio, guarda i bottoni ed in base a quelli stabilisce il colore.

Allora: qualcuno mi può spiegare perché cavolo non si può mettere una bella etichetta con la scritta “nero”, “blu”, “antracite”, “ottanio”?

Se queste sono le regole del gioco (e lo sono) allora fare acquisti può diventare stressante…

L’uomo solitamente scopre di dover fare shopping perché viene informato dalla donna che, per quanto la notizia possa turbarlo, è giunto il momento di comprare cose nuove. Tutto giusto e facile da capire se stiamo parlando di “svecchiare” il guardaroba.

Ma non sempre è facile accettare la notizia di aver bisogno di qualcosa. Che so, dei mocassini marroni. Di fronte a questa notizia di solito un uomo pensa che la sua vita era trascorsa senza intoppi pur ignorando questa necessità, ma evidentemente non se ne può fare a meno, perché altimenti quella cintura marrone estiva non può essere utilizzata in assenza del corretto abbinamento.

Cioè, te la puoi anche mettere ma non funziona. I pantaloni cadono, giuro! Non conosco il motivo, ma il capo non abbinato perde funzionalità.

Un mio amico in spiaggia si è presentato con un costume non intonato con le infradito ed è stato arrestato per atti osceni in luogo pubblico. Un brutto spettacolo.

Quindi, per scongiurare questi problemi si va alla ricerca dei mocassini marroni (che, tra l’altro, sono anche comodi, non in quanto marroni ma in quanto mocassini, ndr).In ogni caso, per parlare di scarpe, è bene sottolineare che ci sono degli equivoci di base che non rendono facile la comunicazione ed il coinvolgimento dell’uomo nello shopping.
Ad esempio, se una ragazza dice che vorrebbe uscire a cercare un paio di ballerine, il ragazzo la accompagna volentieri con un gran sorriso, ma non sa che lei si riferisce a delle scarpe!
Inoltre, le donne parlano tra loro in “pradese”, come dicono nel film I love shopping, una lingua del tutto sconosciuta ai più. Dite Jimmy Choo ad un uomo e questo vi risponderà “salute!”.
Ma per mettersi in pari ci sarebbe troppo da studiare, fra marche, modelli, collezioni autunnali, invernali, estive, primaverili (e ringraziamo il cielo che le stagioni sono solo quattro…).

C’è poi lo shopping per la casa, che può voler dire un po’ di tutto. Dal mobile alle piccole soluzioni come luci, cornici, ecc.

Ecco, in questo caso io adoro andare in catene tipo (per non fare pubblicità) Obi, Brico Io, ecc, dove puoi comprare davvero di tutto, dal tassello alla motosega. Lì, soprattutto negli ultimi tempi, mi sento come nel paese dei balocchi. Forse anche in maniera un po’ eccessiva, visto che l’altro giorno credevo di non poter continuare a vivere senza una spatolina da stucco! O anche in considerazione del fatto che per mettere 10 metri di battiscopa in mansarda mi attrezzo come nemmeno quelli di Extreme Makeover, una sorta di Rambo del fai da te, ma che alla fine si rivela più simile a Paperino.

Lasciando da parte l’acquisto dei punti luce, dei bagni (che io considero sono in assoluto la “corazzata Potëmkin” dell’arredamento, ma mia moglie fa notare che in realtà sono io che ho troppe pretese) un discorso a sé lo meritano situazioni apocalittiche come l’Ikea nel fine settimana.

Con l’Ikea ho sempre avuto un rapporto abbastanza alterno: dapprima amore, poi profondo odio, adesso una certa stima, anche se continuo a battermi per la causa “Basta Besta!” e per l’umanizzazione dei nomi dei prodotti (nomi che hanno fatto la fortuna degli esperti di PNL per la riabilitazione delle persone che hanno letto un intero catalogo Ikea).
La parte generalmente più apprezzata è quella vicino all’uscita, dove ti vendono le loro specialità. Certo, non si trovano più dei tubetti di crema al formaggio e gamberetti che compravo un tempo, ma le polpette di renna hanno sempre il loro perché.D’altra parte dopo le code quantomeno chilometriche alle casse un piccolo premio ti spetta!

L’arredamento, comunque, è il caso più eclatante di come le donne ragionino non sull’immediato, ma in prospettiva.

Esempio.

Coppia di fidanzati, conviventi, senza figli. Lei si ferma a guardare un armadio 5×2, lo studia a fondo e dice che quello starebbe proprio bene nella camera da letto dei bambini. D’altra parte, è così contenitivo che, almeno in un primo tempo, può ospitare anche i vestiti di mamma e papà.

Lui ci mette un attimo a capire che non gli è stata annunciata la prossima paternità (ma un dubbio, anche se piccolo, rimane e quindi chiederà maggiori informazioni in seguito), ed obietta che nel loro bilocale da 45 mq quell’armadio proprio non ci sta. Tutto ciò a prescindere dal fatto che, al momento, non hanno dei bambini.

Lei lo guarda con compassione (o incazzata, dipende da come è andata la giornata fino a quel momento) e con calma, magari con una carezza sulla guancia: “Scioccone, parlo della casa che avremo quando saremo sposati ed avremo una famiglia tutta nostra!”. Ovvio, no?

L’avvento delle catene di negozi che vendono arredamento a prezzo contenuto rispetto ai mobilifici, ha rappresentato sicuramente una manna per tanti motivi, ma aumentando il numero di possibilit combinazioni mettono inevitabilmente nei guai l’uomo medio, che dopo aver valutato 4-5 soluzioni alternative va nel pallone.

Non solo: il prezzo può sembrare contenuto a patto che ci si accolli il trasporto ed il montaggio del mobile. E se il montaggio può essere anche divertente, non sempre si può dire altrettanto del trasporto.

Mentre la donna prende le misure del mobile col metro in dotazione (o a spanne a mano, per quelle più professional), l’uomo prene le misure “a moccoli” come diceva un mio amico, cioè valutando quante imprecazioni gli costerà il trasporto ed il montaggio.

Qualche mese fa abbiamo fatto un giro in un negozio alla ricerca di una libreria. Ne abbiamo vista una che per dimensioni, aspetto e prezzo poteva andare più che bene e che con soli 10 euro poteva esserci consegnata direttamente a casa! Fantastico!

Arrivato felice come una pasqua ad ordinare il mobile, quando ho fatto presente che avrei voluto la consegna a domicilio la commessa mi ha guardato come se avessi chiesto chissà cosa. “Ma guardi che se lei ha una berlina ed ha la possibilità di abbattere i sedili ci entra facilmente!”.

Insomma, per farla breve, anche se non ero molto convinto, mi sono fatto convincere a portare il mobile personalmente a casa. Cosa della quale mi sono pentito dopo mezz’ora di tentativi di sistemare l’imballo e spostare il seggiolino del bambino su un altro sedile (cosa non facile per il tipo di modello). E mentre io maledicevo la mia scelta di non immolare 10 euro, mi consolavo per la scena che si consumava accanto a me: coppia giovane, neo proprietaria di un imballo lungo. Molto lungo. Troppo lungo. Talmente lungo che quando lui ha forzato la chiusura del bagagliaio perchè “tanto mi manca poco per chiuderlo”, la parte anteriore dellimballo ha rotto il parabrezza.Incidenti che possono capitare, in un tranquillo pomeriggio di shopping.

Mi segnalano, giustamente, anche un altro tipo di shopping, che è quello che forse fa la differenza più di tutti gli altri tra uomo e donna: lo shopping compulsivo.

Questa è una cosa prettamente femminile, anche se non dobbiamo necessariamente scomodare le scene da film con le donne cariche di buste, pacchi, pieni di vestiti, borse, scarpe, ecc. Sono film e nei film non c’è il Governo Monti, quindi ci sono soldi da spendere senza ritegno.

Che dire… in questo caso bisogna avere fortuna: se ti capita una donna che si lascia andare all’acquisto compulsivo allora auguri.

Dicono che questo tipo di shopping faccia star meglio. Non so; di sicuro fa girare l’economia e anche un po’ le palle quando arriva l’estratto conto della carta di credito, ma ho i miei dubbi che possa rendere veramente felici.

Io sono fortunato, perché ad eccezione di piatti e bicchieri (servono nuovi mobili contenitivi perché altrimenti è bloccato ogni acquisto futuro), l’acquisto compulsivo lo riserviamo fondamentalmente ai vini, ai forrmaggi  ed a qualsiasi alimento in genere, soprattutto se rientra in quella enorme categoria che in Toscana prende il nome di “troiai”, cioè di quelle “schifezze” che son tanto buone ma delle quali bisognerebbe fare un uso tanto limitato.

E questo sì che fa star bene.

Che dire? Non possiamo far altro che cercare di sconfessare Isla Fisher che in I love shopping dice: “Meglio un maglioncino di cashmire che un uomo…almeno il maglioncino lo puoi cambiare dopo sette gioni, l’uomo no”.

Non dovrebbe essere difficile. Se la donna mette su qualche kg il maglione inizia a stare stretto. L’uomo invece può allargare le braccia e farla stare bella comoda.

E, cara signorina Fisher, scusi se è poco…

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Un pensiero riguardo “Lo shopping: cosa cambia tra uomo e donna

  1. effettivamente sullo shopping se ne potrebbe parlare e parlare e parlare…. e di tutti i tipi di shopping, che come facevi notare tu ce ne sono tanti tanti…e a proposito di shopping compulsivo, sono d'accordo con te. Anzi penso sia proprio una regola: lo shopping più compulsivo e quello sul cibo… chi non è mai uscito da un ipermercato con il 50% della roba del carrello che non era menzionato sulla lista della spesa??? gli ipermercati sono dei templi del cibo, trovi l'impensabile di cui non sapevi neanche l'esistenza e non sapevi soprattutto di averne tanto bisogno!!! 🙂 compulsivo e quello sul cibo… chi non

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