Grazie a Dio non sono livornese. O forse sì?


Qualche giorno fa ero in Francia ed ho comprato un quotidiano italiano giusto per sapere cosa succedeva in Italia. All’interno del giornale mezza pagina era dedicata ad un articolo sui tagli alle province. Quella sera, sarà stato il caso, ma è iniziata una serie di sms di amici che mi chiedevano come stavo vivendo il passaggio di Pisa sotto Livorno. La stessa scena si è poi ripetuta a Napoli, lo scorso fine settimana.

E allora ne ho preso spunto per questo post, che riassume le mie idee su quello che non è un cambiamento epocale, ma un vero e proprio sconvolgimento della natura.

Unire Pisa e Livorno non è un un’idea originale: voleva farlo in ambito calcistico il fu Romeo Anconetani ma si trattò di un fallimento totale per l’opposizione delle due tifoserie prima e delle città poi. Il progetto finì nel dimenticatoio ma rimane nella memoria per la sua follia.

Premessa: la riduzione delle province è una misura necessaria, non si discute; se vogliamo, si può anche parlare della loro abolizione totale, non mi oppongo. Ma bisogna anche chiedersi il perché questo si è reso necessario. Chiediamoci per quale motivo sono state create cosi tante province. La mia modesta idea è che si è trattato di un numero di magia: un colpo di bacchetta ed ecco tante poltrone in più per ospitare i sederi di persone che andavano sistemate. In tutta Italia, sia chiaro. Non c’è nord, centro o sud. Qualcuno  prima o poi mi spiegherà il motivo dell’esistenza delle “nuove” province sarde (sfido chiunque non sia sardo a nominarle una per una), oppure di Verbano-Cusio-Ossola, giusto per citare le più recenti. Perché il buffo è questo: tante province nate all’improvviso hanno fatto saltare, nel tempo, il banco. Con il risultato che a pagare sono anche quelle realtà che esistevano da decenni.

Ma sono discorsi che chiunque può fare, perché alla fine nessuno vuol pagare. Mai. Avellino di certo non vuol stare con Benevento, Verona non vuole stare con Rovigo. E perché Pisa e Livorno dovrebbero essere diverse dalle altre?

Resta il fatto che chiunque in Italia (e molti anche all’estero) sanno che tra Pisa e Livorno la rivalità è fortissima. Di più: è la rivalità per antonomasia.

Una rivalità che nasce da lontano, con Livorno che nell’immaginario collettivo è più plebea e meno acculturata e Pisa che gioca il ruolo dell’ex Repubblica Marinara e sede della prestigiosa Università. Una differenza “sociale” che sotto la Torre è sottolineata dal detto “Le parole le porta via il vento, le biciclette i livornesi“. Chiaro che con l’accorpamento delle province chi gode, dal punto di vista del campanile, sono i livornesi, come dimostrano alcune bellissime immagini, come quella degli Instagramers livornesi (@igerslivorno) che hanno “traslocato” la Torre sulle secche della Meloria.

E allora come pensano i politici, che non riescono ad andare d’accordo tra di loro all’interno della stessa coalizione, che pisani e livornesi possano viaggiare a braccetto nella stessa provincia? Questo proprio non lo so.

Da anni, ovunque vada, quando faccio qualche nuova conoscenza la domanda è sempre la solita: “Ah, pisano… Come dicono a Livorno? Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio?”. Lo sanno tutti. Mi limito ad aggiungere la risposta del pisano: “Speriamo che Dio ti accontenti”.

Chi non ha mai visto in qualche parte d’Italia le locandine del Vernacoliere? Chiunque abbia avuto il piacere di leggerlo sa che i pisani sono il primo “bersaglio” della satira del giornale. Prima ancora di tutti gli altri toscani (livornesi inclusi).

Per non parlare del “Novissimo Borzacchini” (ed edizioni successive), che si presenta con il seguente sottotitolo: “Piccolo dizionario di termini, allocuzioni ed espressioni livornesi e toscane a uso delle persone colte e dei pisani“.

L’umorismo toscano è dissacrante per definizione, per certi versi molto simile a quello napoletano. Può riguardare (e spesso lo fa) mamme e sorelle degli amici, parenti vari vivi e defunti, senza che nessuno si offenda. Può piacere, può non piacere, ma le cose funzionano così da sempre. E da sempre l’oggetto della presa in giro è colui che è in qualche modo diverso: per fede calcistica o politica, per provenienza, per capacità professionali o per mille altri motivi. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di discriminazione, ma vorrebbe dire non aver capito nulla dello spirito toscano, per il quale prendere in giro una persona può anche significare che la si accetta nella cerchia degli amici.

Non c’è “rispetto” per nulla anche per gli eventi più tragici, come ad esempio l’incidente di Chernobyl del 1986, a seguito del quale il Vernacoliere pubblicò un numero divenuto storico.

Ho tanti amici livornesi ed in realtà in provincia di Livorno sono cresciuto ed ancora oggi vado al mare. Ho sempre detto che il livornese se non ci fosse andrebbe inventato, per la sua capacità di risolvere una serata, con la sua spontaneità e la sua allegria, la battuta pronta e la sfacciataggine. E non che il pisano sia da meno, anche se dipinto come un tontolone. Una sera, in un ristorante appena fuori Pisa, mia moglie chiese al cameriere: “Com’è il filetto alla Rossini?“. Lui replicò come se nulla fosse: “Buono“. E se ne andò ridendo. Lei rimase stupita: “Mi prende in giro?”. Sì. Salvo poi tornare al tavolo e spiegare come era fatto questo benedetto filetto (anche se, a rigor di logica, la risposta era tecnicamente corretta).

Togli ad un toscano la gioia di prendere per il culo il prossimo ed è come ucciderlo.

E questo vale ancora di più per Livorno e Pisa. Non dimenticherò mai la scritta che campeggia (o forse campeggiava, non lo so) su un muro di Via Nobili, davanti all’ingresso del Polo Didattico di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali: “livornesi aploidi”. Bellissima, magari un po’ elitaria, ma bellissima.

Pisa in provincia di Livorno significa livornesizzare i pisani: cosa che mina le fondamenta di un umorismo che ha reso famosa la rivalità tra le due città. Certo, non sarà una possibile “crisi” della satira a fermare l’accorpamento delle due province: ma sarebbe bello che ci si soffermasse a pensare che si vuole unire non due semplici città vicine ma due realtà molto diverse che in un certo senso fanno da spalla l’una all’altra forti delle loro differenze storiche, geografiche, culturali. Sarebbe un po’ come vedere recitare Franco senza Ciccio, Totò senza Peppino.

Che gusto proveranno a Pisa a cantareIl sogno di un pisano è svegliarsi a mezzogiorno, guardare verso il mare e non vedere più Livorno” essendo, di fatto, livornesi?

Voglio sperare che nulla cambi, anche se so che non sarà così e anche se ormai non vivo più a Pisa. Voglio sperare che ognuno “stia ner suo”, per non snaturare né il livornese né il pisano.

Perché a Livorno si possa continuare ad urlare “Pisamerda” (mi raccomando, tutto attaccato, ci tengono molto) e perché a Pisa si possa continuare a dire con orgoglio: grazie a Dio non sono livornese.

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