Libri: mai fidarsi delle recensioni


L’altro giorno mi sono perso nella corsia dei libri di un centro commerciale.

“Perso” non fisicamente ma mentalmente. Non riesco a resistere al fascino dei libri, figuriamoci quando li vendono col 25% di sconto. Anche perché con tutti quelli che compriamo in famiglia risparmiare qualcosa non fa mai male.

Solitamente non cerco il “mattone”, il libro impegnato; spesso ho bisogno del libro da comodino, quello da leggere poco per volta prima di dormire. E tra le varie storie preferisco i gialli, quelli di Jeffery Deaver, l’autore de Il collezionista di ossa; ma essendo un appassionato di storia adoro i romanzi a sfondo storico (per chi fosse interessato suggerisco La spia improbabile, di Daniel Silva, spy story del 1997 ambientata alla vigilia del D-Day).

Indipendentemente dal genere che interessa, il problema di qualsiasi lettore è: come si fa a scegliere il libro giusto? Ci si può fidare delle recensioni?

Vi racconto due grosse fregature che mi sono capitate lo scorso anno. La prima l’ho avuta da un romanzo italiano di Carlo A. Martigli: 999 L’ultimo custode.

Sulla prima di copertina campeggiava la scritta “Il Dan Brown italiano”, mentre sulla quarta comparivano recensioni entusiastiche: dall’esperto de Il Giornale che definiva il libro come “Un Codice da Vinci all’italiana, ma scritto meglio” a quello di Famiglia Cristiana che ribadiva: “Rispetto a Dan Brown Martigli ha una carta in più”.

Ecco, queste sono le fregature che inducono a comprare un libro che si rivela una vera e propria corazzata Potemkin letteraria.

La vicenda si basa sul ritrovamento di un misterioso manoscritto (wow, che fantasia!!!) contenente le tesi inedite di Pico della Mirandola e custodito da secoli da una famiglia che deve proteggerlo da chi è pronto ad uccidere per distruggerlo. Insomma, una suspense che neanche Beautiful riesce a regalare!  Purtroppo, la verità è che, definendolo alla Fantozzi, il libro è una cagata pazzesca, e la carta alla quale si riferisce Famiglia Cristiana è forse quella igienica. La storia non riesce praticamente mai a coinvolgere il lettore e si conclude con un nulla di fatto, con promesse di clamorosi colpi di scena  che non arrivano mai, neanche per sbaglio. Arrivati all’ultima pagina ci si chiede se per caso non si è scelta una copia difettosa alla quale manca una parte. Peraltro la parte bella.

Tanto fumo, arrosto inesistente. Mettiamola così: se Martigli è il Dan Brown italiano, io sono il Beckham italiano, ma con più tartaruga.

Mi viene da chiedermi: quanto prendono quelli che scrivono le recensioni? O meglio: quanto pagano le case editrici per far scrivere loro dei giudizi completamente inventati? Chi lo sa.

Ma se L’ultimo custode è stata una delusione c’è un libro che davvero mi ha fatto rimpiangere i soldi spesi per comprarlo.

Ne parlo in questi giorni in cui (esattamente ieri) nel 1945 si apriva il processo di Norimberga, perché il libro al quale mi riferisco tratta della prigionia ad Auschwitz. Il libro si chiama Auschwitz ero il numero 220543, scritto da Denis Avey, che racconta la sua storia e come si sia trovato catapultato sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale prima e nei campi di lavoro nazisti poi. Ma il motivo del successo del libro è un altro: infatti, quella che viene annunciata è la storia di un prigioniero inglese che volontariamente entra ad Auschwitz sostituendosi ad un prigioniero ebreo.

Detta così è una cosa che lascia a bocca aperta e induce all’acquisto. La realtà, purtroppo, è ben diversa.

Per farla breve, dopo un centinaio di pagine stavo già tifando per i nazisti nell’attesa del racconto della cattura di Avey. Eh sì, perché lui si presenta come una persona di una presunzione incredibile: era bravo solo lui, lui soltanto era coraggioso, tutti cercavano lui per le decisioni importanti. Ed in battaglia solo gli inglesi erano valorosi, gli italiani erano dei vigliacchi incapaci (teoria ripetuta più volte nel libro). A questo punto i vaffa durante la lettura già si sprecavano. Indisponente a dir poco.

Ma arriviamo al dunque. Quello che sulla copertina e sulle recensioni si dimenticano di dire è che nel campo di concentramento Avey prende sì il posto di un prigioniero ebreo ad Auschwitz, ma soltanto dopo aver corrotto tutti i corruttibili ed aver organizzato tutto per filo e per segno in modo da poter effettuare lo scambio alla sera e potersene tornare nel suo campo di prigionia il giorno dopo. Che, permettetemi, rappresenta sempre un gesto che pochissimi al mondo avrebbero compiuto, ma è molto lontano da ciò che ci si aspetta da come il libro viene presentato.

Insomma, se questo si somma ad uno stile che lascia parecchio a desiderare ed alle non poche critiche ricevute da numerose associazioni che ritengono poco attendibili i racconti di Avey, ecco servito un mezzo bluff. Io non avrei avuto il coraggio di fare anche solo per una notte quello che ha fatto questo signore, ma resta il fatto che la differenza tra ciò che viene presentato e ciò che viene raccontato è quasi vergognosa. Sa di speculazione bella e buona.

Morale: mai fidarsi delle recensioni, forse fatte seguendo pedissequamente le cartelle stampa delle case editrici, forse rivolte più al marketing che al contenuto.

E voi, su cosa vi basate per la scelta di un libro?

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