Lettera aperta a don Corsi


Lo spirito del Natale mi pervade ancora tanto quanto i postumi delle sbronze gastronomiche e quindi mi dispiace chiudere i post del 2012 parlando di don Piero Corsi. Ma, d’altra parte, come si può rimanere insensibili di fronte ad un tale oltraggio alle donne, all’intelligenza umana, ai  valori reali della Chiesa?

Cosa penso della Chiesa l’ho già detto in un altro post, ma questa volta voglio scrivere una lettera al diretto interessato.

Caro don Corsi,

non ci conosciamo e sinceramente lo preferisco. Finora ho già avuto modo di conoscere abbastanza persone dalla morale discutibile e quindi preferirei non aggiungerne altre. Non ora.

Nulla di personale, ma sa, quando uno esprime delle idee così vergognose non si presenta bene. Sono sicuro che perfino lei può rendersene conto.

Da adesso in poi non userò più l’appellativo “don” nel riferirmi a lei. A me non frega nulla se mi chiamano “signore” o “dottore”, perché essere dottore non vuol dire essere un signore. Al contrario, penso che quando mi rivolgo ad un “don” dovrei aver davanti una persona animata da una profonda fede, dal rispetto verso gli altri e dal desiderio di aiutarli spiritualmente e materialmente. Insomma, preferisco chiamare “don” i tanti preti che ci sono nel mondo e che meritano realmente questo appellativo, come il sacerdote che mi ha sposato e che ha battezzato mio figlio.

Lei no. Lei non è un “don”. Se è così che vive il sentimento natalizio, la nascita di Cristo, non ho idea di cosa pensa nel resto dell’anno.

Vorrei farle una domanda: lei è stato ordinato sacerdote via internet o ha trovato un buono in qualche pacchetto di patatine? Oppure ha smesso di pensare da sacerdote col passare del tempo?

Glielo chiedo perché chi sostiene che una donna che decide di mettere una gonna corta va a cercarsi dei guai sta indirettamente giustificando chi quei guai li concretizza. L’uomo che stupra, maltratta, uccide una donna è mosso dall’atteggiamento di lei? Dalla perdita di “valori della famiglia” da parte della donna? Oppure è spinto da una propria perversione, da una violenza che lui custodisce e che deliberatamente decide di sfogare, da un desiderio di sottomettere un’altra persona che non è ammissibile in un essere umano che voglia essere chiamato tale?

Le assicuro che mi piacerebbe conoscere la sua risposta.

Anche se, in realtà, fondamentalmente me l’ha già data in questi giorni.

Deve sapere che nei giorni scorsi è morto il mio insegnante di religione delle medie: un prete di un paesino sul mare in provincia di Livorno, non un “pezzo grosso”. Lui aiutava spesso gli immigrati, offrendo loro ospitalità e venendo purtroppo anche ingannato, a volte, da questi, ma non per questo smetteva di dar loro una mano. Lui aiutava quegli extracomunitari nei confronti dei quali so che lei si è scagliato in passato.

Vede, signor Corsi (e mi sforzo a chiamarla “signore”), quello che voglio dire è che lei rappresenta quella parte di Chiesa che vive con l’incubo degli omosessuali, dei comunisti, dei massoni, della scienza e che, poi, nulla fa quando emergono i casi, ad esempio, dei preti pedofili.

Già, cosa ne pensa dei suoi colleghi che hanno allungato le mani (e purtroppo non solo) nei confronti dei bambini? Non mi dirà che i bambini se la sono andata a cercare? Davvero, sarei curioso di conoscere il suo punto di vista sul come mai queste persone fanno parte ancora della Chiesa. Ne sarei curioso, visto che lei, a quanto pare, non condanna il criminale ma punta il dito su chi del crimine è vittima.

Sa, signor Corsi, il motivo per cui non devolvo l’8 per mille alla Chiesa è perché non voglio che vada a persone come lei. Ci sono dei preti che meriterebbero non l’8 ma il 50 per mille. Peccato che non posso scegliere a chi far arrivare i miei (pochi) soldi.

Ho letto oggi sul giornale che lei rivendica il diritto di tutti a dire la propria opinione. Questo è corretto in generale, ma mi permetto di ricordarle quello che ci insegnavano al catechismo e che cioè la libertà di ognuno di noi finisce laddove va a limitare quella degli altri. E la sua libertà di espressione finisce nel momento in cui diventa offensiva per le altre persone.

Provi a ripetere le sue tesi davanti a parenti o amici di donne che sono state picchiate, violentate, uccise. Provi a guardarli negli occhi ed a sostenere che quelle donne sono causa del crimine di cui sono state vittime. Parli con loro del suo punto di vista sul “femminicidio” e forse potrà capire quanto orrore dovrebbe provare per aver solo pensato certe cose.

Tuttavia, sa che lei alla fine potrebbe davvero aiutare molte persone nel riacquistare fede nella Chiesa? Abbandoni l’abito talare, compia questo atto di rispetto verso ciò che esso rappresenta e lo lasci indossare ad una persona animata da vera carità cristiana.

Solo così potrà, forse, tornare ad avere un minimo di rispettabilità.

Senza alcuna stima

Raffaello Michelotti  

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3 pensieri riguardo “Lettera aperta a don Corsi

  1. E io ti ringrazio a nome di tutte le donne, i bambini e in generale tutte le persone candide e innocenti che si fanno mangiare il cervello da certi mostri.

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    1. Ti ringrazio, ma credo che al di là delle eventuali esperienze personali ci sarebbe da preoccuparsi delle persone che di fronte a certe esternazioni non avessero provato sdegno. Oggi ho sentito di un editoriale in cui si diceva che l’opinione pubblica non si è soffermata a pensare che magari tutto questo era stato fatto per sollevare un dibattito. Mi sembra una speculazione eccessiva.
      Ti dirò, invece, che mi sono reso conto di aver dimenticato che tra le persone a cui Corsi dovrebbe spiegare le sue parole ci sono non solo i familiari della vittime ma, ovviamente, in primis le vittime stesse. Gli dica in faccia “vi siete comportate da puntane e quindi vi sta bene”. Ci provi a dire certe cose. E poi ne parliamo…

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