Alla faccia della maturità


Ogni anno, in questo periodo, mi pongo una domanda: ha senso parlare di esame di “maturità”?

Può un voto su un foglio di carta stabilire che una persona è “matura” nell’accezione non scolastica del termine? 

La domanda mi sorge pensando a quanti coglioni vediamo ogni giorno in televisione nelle aule di Montecitorio, in televisione… tutta gente con un bel diploma e spesso anche con una bella laurea in tasca, ma che di maturo non ha nulla.

Ricordo il mio esame di stato, per il quale studiai molto poco (e pure male) ed infatti pur avendo una media più che sufficiente presi il mio 37/60, rimanendo indietro di parecchi punti rispetto a chi aveva medie più basse delle mie. Alla faccia di quelli che dicono che l’esame in sè non conta. L’esame conta eccome, ma allora a maggior ragione mi chiedo: se uno lo scazza per mille motivi è meno maturo di uno che si è fatto i fatti propri e poi ha azzeccato il jolly?

Ad ogni modo, del voto non mi frega molto, ma mi ricordo un episodio, durante l’orale, del quale mi sembra molto più interessante discutere.

Ho sempre adorato la storia e dunque mi buttai sullo scritto che chiedeva un’analisi della situazione europea alla fine della Prima Guerra Mondiale e delle cause economiche, sociali e politiche che portarono alla nascita del fascismo e del nazismo e prepararono la strada al secondo conflitto mondiale.

La prima domanda della commissione fu: “Lei pensa davvero quello che ha scritto?”. Io rimasi basito: se l’ho scritto evidentemente lo penso. Al mio assenso vidi delle facce perplesse. 

Cosa avevo scritto? Nell’analizzare le motivazioni socioeconomiche che contribuirono alla nascita del nazismo in Germania, scrissi che probabilmente se l’Italia si fosse trovata nella stessa situazione in cui si trovavano i tedeschi e se Mussolini avesse avuto quelle caratteristiche che hanno consentito ad Hitler di muovere le masse fino alla follia, il nazismo avrebbe nascere da noi piuttosto che in Germania. Certo, fatti tutti i dovuti paragoni, senza mettere in mezzo discorsi di razza ariana, ecc. ecc. E magari non si sarebbe neanche focalizzato sullo sterminio degli ebrei, ma avrebbe puntato il dito accusatore su altri.

Il succo del discorso era che, fondamentale, fu la concomitanza di varie situazioni a favorire l’attecchire dell’ideologia nazista.

Ancora oggi ne sono convinto. Ma allora non fu gradita questa opinione.

Avevo ragionato, non avevo detto qualcosa letto sui libri, avevo espresso una mia idea. Giusta o sbagliata, era una mia idea: mi si può dire che è una cavolata, ma mi si deve dare la motivazione. E mi sta bene, perché a questo punto si passa a discutere, si mettono sul tavolo più opinioni. Fatto sta che non fu considerata una cosa molto matura.

Non voglio incentrare il tutto su quanto mi è successo, ma trovo che davvero parlare di esame di maturità sia un qualcosa di sbagliato, di profondamente fuori luogo. Mi sembra che troppo spesso si faccia prevalere il nozionismo, senza pensare che per prendere una laurea non bisogna essere intelligenti o saper ragionare, basta studiare. 

E per chiudere il discorso, se il punto di riferimento della “maturità” sono le persone che votiamo, quelle pronte a passare dalla parte opposta per non andare incontro a morte politica, allora devo dire che forse bisognerebbe smettere di dire ai ragazzi “prenditi un diploma e poi vai a lavorare”. Perché un lavoro lo si può trovare anche senza che nessuno certifichi “questo” tipo di maturità.

Basta essere un po’ più figli di puttana e il mondo può sorridere lo stesso. Alla faccia della maturità.

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