Alle Olimpiadi senza spirito olimpico


Siamo a due giorni dall’inizio delle Olimpiadi Invernali. Esiste uno sportivo che non sogni di partecipare ad un evento come questo? Probabilmente no. Ma per molti ciò resta il miraggio, spesso irraggiungibile, della carriera sportiva.

Perché avere i numeri non basta, bisogna anche trovare un posto in squadra, riuscire ad essere tra i migliori del proprio Paese. Certo, se parliamo di specialità come il rubamazzo o il salto con la canoa magari ci si riesce anche. Io forse potrei partecipare per il “salto della pasta in padella“. Ma se pensiamo ad uno sport popolare come lo sci non è difficile comprendere che in team storicamente competitivo come quello italiano trovare posto non è scontato. Se però gareggiate per Togo ce la potete fare.Alessia Di Pol è una giovane sciatrice classe ’95, italianissima, che parteciperà alle Olimpiadi di Sochi con la bandiera del Togo.

Alessia Di Pol (Fonte: Gazzetta.it)

Alessia Di Pol (Fonte: Gazzetta.it)

Una bella e curiosa storia di sport, direte voi.

Invece, secondo me, è una triste storia che parla di come lo spirito olimpico possa essere preso, inghiottito e ben digerito.

Questa ragazza è stata tesserata in passato per la Federazione Italiana ma, per quanto fosse brava, è apparso subito chiaro che non avrebbe avuto possibilità di partecipare a queste Olimpiadi con la nazionale azzurra. Ripeto: a queste! Non vuol dire che non avrebbe mai potuto in futuro. C’è qualcosa di male in tutto questo? No, a meno che il programma non fosse quello di andare a Sochi a tutti i costi. E così, ecco che la famiglia Di Pol ha iniziato a bussare alle porte delle varie federazioni, puntando gradualmente verso quelle che la neve la vedono in cartolina, come l’India.

Magari starete pensando alla storia della squadra giamaicana di bob alle Olimpiadi di Calgary del 1988, oppure a Eddie Edwards, il britannico che, negli stessi Giochi, fu il primo inglese della storia a partecipare alla gara di salto dal trampolino. Ma non confondiamoci: loro suscitarono simpatia (e stima) per essere riusciti a portare il proprio Paese alle Olimpiadi in una disciplina assolutamente inaspettata.

La squadra giamaicana di bob e Eddie Edwards ai Giochi di Calgary (1988)

La squadra giamaicana di bob e Eddie Edwards ai Giochi di Calgary (1988)

Queste sono storie di sport che hanno commosso e fatto sorridere milioni di persone. Parliamo di atleti che si sono esposti anche a delle più che probabili brutte figure pur di partecipare all’appuntamento con i cinque cerchi sotto la propria bandiera. Ed alla fine non si può neppure parlare di brutte figure, perché Eddie “The Eagle” Edwards (vero nome Michael Thomas Edwards) risultò sempre ultimo in gara ma divenne molto famoso per la sua storia; il team giamaicano, invece, pur non raggiungendo il traguardo causa ribaltamento, fece da sprone per far nascere altre squadre come Trinidad e Tobago, Argentina, Isole Vergini ecc, ma già quattro anni dopo la squadra giamaicana iniziò a mettere dietro di sé nella classifica finale altri team sulla carta più forti.

Quella di Alessia, invece, è una storia che sembra più simile a quella di quei ragazzi che, come succedeva una volta, non riuscendo a finire il Liceo statale, venivano infilati dai genitori tra i banchi dei Licei privati, dove almeno c’era una sicurezza: il diploma aveva un prezzo.

Perché la Di Pol ha ottenuto i punteggi necessari per andare a Sochi, ma purtroppo per lei l’India è stata esclusa dai Giochi. E allora cosa ha deciso la ragazza insieme al padre? Bussiamo alle porte del Togo. Ed ecco che il sogno olimpico di Alessia si avvererà. Non solo: pare che sia stata scelta come portabandiera del Togo per la cerimonia di chiusura! Che onore…

Ecco, in tutto questo io vedo proprio il contrario dello spirito di De Coubertin, per il quale tutto deve ruotare intorno alla sportività: aiutarsi e rispettarsi tra atleti, perché vinca il migliore ed in un certo senso quella sia la vittoria di tutti. La sportività è anche accettare il fatto che possa esserci chi è più bravo di te, non volere imporsi a tutti i costi. Cosa avrebbe dovuto dire, allora, la bellissima e fortissima Michelle Jenneke, campionessa del mondo juniores dei 110 ostacoli, assente alle Olimpiadi di Londra per lasciare spazio ad altre atlete più forti?

Certo, l’importante è partecipare, ma non capisco dove sia la sportività nel decidere di girare il mondo alla ricerca di una Federazione che ti faccia gareggiare. Il tutto perché sì, sei bravina, ma non abbastanza per gli standard del tuo Paese. Significa, come nell’esempio del liceo, essere pronti a pagare un prezzo: vendere la propria appartenenza.

Sanno queste persone quanti sportivi hanno accettato il fatto di non andare alle Olimpiadi senza far casino? E, per favore, non si inizi con la solita insopportabile e stucchevole solfa dei sacrifici, perché siamo in un Paese in cui milioni di italiani fanno sacrifici ogni giorno per mettere insieme pranzo e cena, non per vendersi al più disperato per partecipare alle Olimpiadi.

I più appassionati di sport invernali avranno notato che tra i casi più clamorosi di partecipazioni “strane” alle Olimpiadi invernali non ho citato Brahim Izdag, lo sciatore marocchino che partecipò ai giochi di Albertville del 1988: la sua prova nel Super-G divenne epica non per il numero di cadute, quanto piuttosto per la tenacia mostrata da questo atleta (un vero atleta, senza alcuna ironia) che voleva a tutti i costi tagliare il traguardo. Lo possiamo rivedere alla fine di questo filmato della Gialappa’s:

http://www.dailymotion.com/video/xri8ot_sciatore-marocchino-mai-dire-gol-91-92_shortfilms

In lui vedo lo spirito olimpico del voler partecipare per onorare lo sport. Nel caso della Di Pol vedo solo la volontà di partecipare per amore di se stessi. Per poter dire “c’ero anch’io”. Quasi come quei bambini che giocano perché il loro papà è l’allenatore.

Spero che gli organizzatori le diano una medaglia speciale, così potrà essere felice come più forte sciatrice del Togo.

Anche se così corriamo un rischio: non vorrei che la prossima volta si presentasse alle Olimpiadi estive nel beach volley con la bandiera del Tibet.

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