Non sono clandestini: forse sono delinquenti


Stavo ascoltando un servizio del Tg5 ed intanto preparavo l’insalata in attesa dell’arrivo di moglie e figlio. Ad un certo punto è partito un servizio sugli sbarchi di clandestini (ops, non si può più dire) in Italia. I soliti discorsi sui numeri, sui pro, sui contro. Poi il mio cervello capta una notizia nella notizia: non so quanti sono fuggiti nella notte prima di essere identificati. 

Lo so, non è una notizia, succede sempre così, non è una novità. Ma chissà perché proprio oggi c’è stato il click che mi ha fatto pensare: io li capisco, scappano da una situazione drammatica e cristianamente non posso pensare di non fare nulla. Però se vengono a casa nostra e scappano per non farsi identificare allora mi viene da credere che non sono clandestini: forse sono delinquenti. E per me possono tornare in mare.sbarco

Proprio oggi, su Facebook, scambiavo opinioni con un amico sul fatto che in Italia ci sono due sport nazionali: il disfattismo ed il buonismo. Due comportamenti insopportabili per motivi diversi. E secondo me l’ora di dire basta a certi atteggiamenti è passata da un pezzo.

Ieri Alfano, su Twitter, sosteneva che non si possano far morire le persone in mare solo per un vantaggio elettorale. Certo, non si può. Ma non è neppure giusto svendere il nostro Paese, quello dove noi italiani viviamo ogni giorno mille problemi.

Twitter_alfano_ilpuntodilelloE piantiamola una buona volta di dire che sono problemi minori rispetto a quelli di chi scappa dalla guerra. Sì, non abbiamo la guerra, ma a chi non sa che cavolo dare da mangiare ai propri figli cosa pensate che importi di “star meglio di chi sta peggio”?

L’aiuto va dato cristianamente a chi lo chiede, non a chi ci prende in giro. Se uno scappa dal proprio paese e viene in Italia sperando di essere aiutato deve, a sua volta, aiutare noi: ci deve dimostrare di non voler essere l’ennesimo in fila ai semafori per chiedere qualche spicciolo oppure un altro che vende paccottiglia per strada pronto a scappare non appena compaiono i Vigili. 

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No, caro amico mio che porti il cartello, le cose non stanno così. Non andiamo avanti al ritmo di slogan populisti, buonisti e privi di senso. Per non essere illegale ti devi uniformare alle leggi del Paese che ti ospita. Ci devi entrare regolarmente e non devi solo chiedere, devi essere pronto a dare. Adesso ti hanno messo il tappeto rosso per venire in Italia e magari ci sono pronti pure i pop corn. Mi può star bene solo ad un patto: che tu sia pronto ad impegnarti, il ché può anche solo voler dire non creare confusione, non alimentare gli introiti della malavita, non diventare l’ennesimo peso che la società deve sostenere. Devi essere uomo, caro amico. E per essere uomini non basta essere di carne ed ossa.

Un mesetto fa ero in macchina e mi è squillato il cellulare del lavoro. Stavo andando via per il week end, non avevo impostato il vivavoce e mi è venuto spontaneo rispondere: in quel momento mi sono accorto di avere la Stradale dietro. Mi hanno fatto accostare e quando non erano neppure arrivati davanti al finestrino ho detto “Ha ragione agente“. Sì, perché se uno infrange la legge non ci sono scusanti.  Se mi avessero fatto accostare per un semplice controllo e io non avessi ubbidito avrei dato loro modo di pensare di tutto: sarei potuto essere un delinquente con il bagagliaio pieno di armi, uno spacciatore che trasporta droga, un assassino con pezzi di cadavere sul sedile posteriore. Nel dubbio, un comportamento irrispettoso delle autorità ci fa considerare come dei potenziali delinquenti.

E perché non dovremmo pensare la stessa cosa di chi sbarca in Italia e poi non si fa identificare? Non hanno documenti? E come si fa a stabilirne l’identità? Chi ci dice che sono persone oneste che cercano solo di mettersi in salvo? Chi può assicurarci che non ci stiamo scavando la fossa da soli accogliendo la classica serpe in seno?

Distinguiamo la carità cristiana dalla coglionaggine. La prima riserviamola a chi collabora, a chi è disposto a stare alle nostre leggi. La seconda, grazie all’eliminazione del reato di immigrazione clandestina, grazie al genio di quella mente brillante che risponde al nome di Cecile Kyenge, grazie al lume politico della banderuola Alfano (al quale l’esperienza di Fini non ha insegnato come finisce chi sbaglia i propri conti), la stiamo usando nell’accogliere migliaia di sconosciuti.

Per quanto ancora si vuole abusare della pazienza degli italiani? A quanti altri potenziali delinquenti vogliamo aprire le nostre porte? Ripeto, la carità cristiana non c’entra nulla, perché nonostante quello che si dice in giro, l’Italia non è un paese di razzisti. Noi siamo stati emigranti ma nei Paesi che ci hanno accolti rappresentiamo una comunità operosa ed onesta. Non saremo ancora un Paese multietnico ma di certo non siamo i razzisti di cui alcuni amano parlare per poi rilanciare e spingere per calare ulteriormente le braghe nei controlli sull’immigrazione.

Diamo aiuto a chi lo vuole, a chi sa guadagnarselo, a chi sa meritarlo. Chi scappa per non farsi identificare, per quanto mi riguarda, può essere rimesso in mare dentro una tinozza. Lo preferisco lì piuttosto che per le strade della mia città.

Perché chi scappa non è un clandestino: per quanto ne sappiamo è un delinquente.

 

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