25 aprile VS 17 marzo: la liberazione batte l’unità


Abbiamo appena finito di festeggiare il 25 aprile. Una data scelta per convenzione, ricordiamolo, non realmente identificativa della liberazione dell’Italia. Infatti, il 25 aprile 1945 i partigiani liberarono Milano e Torino, ma nei giorni successivi la guerra e l’occupazione continuarono in molte altre città, fino ai primi giorni di maggio, quando la liberazione poté dirsi effettivamente conclusa.

Peccato che se non ci fosse stato il 17 marzo 1861 non ci sarebbe stata alcuna Italia da liberare. O meglio, sarebbe stata un’Italia completamente diversa.

25 aprile_vs_17 marzo_ilpuntodilelloPer molti il 25 aprile è una di quelle date come il 1° maggio ed il 2 giugno, quei giorni che si vanno a controllare subito quando arriva il calendario nuovo per verificare se si potrà fare un bel ponte. Nulla di più, nulla di meno.

Per molti altri, invece, la festa della liberazione è un giorno solenne, di grande valore storico oltre che di enorme significato per l’Italia. Valori, che, però, contrastano con i numerosi richiami ai sentimenti secessionisti che, soprattutto ultimamente, hanno trovato ampio spazio sulle cronache dei quotidiani e dei telegiornali.

Ma perché nessuno si fila il 17 marzo 1861? Fu quello il giorno in cui fu proclamata la nascita del Regno d’Italia con la promulgazione della legge n°4671 del Regno di Sardegna (che circa un mese dopo diverrà la legge n°1 del Regno d’Italia). Da quel giorno siamo stati tutti italiani.

Un risultato frutto del sacrificio delle vite di innumerevoli personaggi ai quali oggi sono dedicate le strade delle nostre città e che, mi viene da pensare, forse avrebbero fatto meglio a vivere una vita serena senza complicarsela per qualcosa di cui a molti, oggi, non frega più di tanto.

D’altra parte il 17 marzo non è festa, non si può andare al mare, anche perché magari l’acqua è ancora un po’ freddina. Quindi come facciamo a ricordarcelo?

Quando penso a questa data mi viene in mente il 17 marzo 2011, quando furono festeggiati i 150 anni dell’Unità d’Italia. E quale simbolo rappresenta l’unità meglio del tricolore?

Logo_150_anni_dell'Unità_d'Italia

Quello che molti ignorano è che l’uso del tricolore è regolamentato da una serie di norme molto dettagliate che, rivolte essenzialmente alle Pubbliche Amministrazioni, regolano l’esposizione della bandiera sotto ogni punto di vista (dove e come collocarlo, come illuminarlo, come curarne il decoro, ecc). Tanto è vero che nel gennaio 2011, l’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, inviò a tutte le PA, Prefetture, ecc, una comunicazione invitando a porre particolare attenzione al rispetto del decoro del tricolore. Invito che, però, cadde miseramente nel vuoto. Sì, perché il tricolore viene trattato non meglio di un fazzoletto. C’è chi lo espone praticamente strappato, come un vecchio straccio, o chi pensa di poterlo affiancare alla bandiera della propria squadra del cuore. Come accadde a Varese, dove il 24 maggio 2007, venne esposta la bandiera del Milan sul balcone di Palazzo Estense, insieme alla bandiera italiana, a quella europea ed a quella della città. Ed il responsabile di questa scelta non solo ignorava che così facendo aveva automaticamente fatto saltare l’ordine di disposizione delle bandiere (che, come detto prima, non si possono mettere a caso) ma era talmente fiero del suo operato da sperare che anche i colleghi interisti e juventini facessero la stessa cosa. Lasciando da parte questa follia, possiamo citare anche l’allora Governatore della Regione Lazio, Renata Polverini, che si fece ritrarre col suo staff, al quale aveva donato la coccarda tricolore. Bello. Peccato che quel tricolore fosse la bandiera dell’Iran e non quella Italiana (che ha il rosso all’esterno ed il verde all’interno).

 La folle scelta di Varese (a sinistra) e lo staff della Polverini che sfoggia la coccarda dell'Iran (a destra)


La folle scelta di Varese (a sinistra) e lo staff della Polverini che sfoggia la coccarda dell’Iran (a destra)

Ecco, se uno di quegli eroi di cui parlavamo prima, uno di quelli che hanno dato la vita per unire l’Italia, avesse saputo che 150 anni dopo il tricolore sarebbe stato usato come pezza da culo probabilmente sarebbe andato a mangiarsi un gelato invece di unire l’Italia.

Non c’è niente da fare: in Italia non abbiamo né memoria di cosa sia successo in passato né rispetto per i simboli, per ciò che significano. Provate a trattare male la bandiera americana a Washington e vediamo cosa succede. In Italia si può bruciare il tricolore e nessuno si scandalizza.

Ed ecco il paradosso: nel confronto tra liberazione ed unità d’Italia, la prima vince a mani basse sebbene non ci sarebbe stata nessuna Italia da liberare senza il 17 marzo 1861. Ma allora perché festeggiare se non ci importa dell’Italia? Forse il sangue versato per mandare via i nazisti è più importante di quello versato per unificare gli italiani?

No, forse l’unica differenza è che quest’ultimo è stato versato invano. Perché oggi non siamo tutti italiani, ma siamo un mucchio di apolidi che vivono insieme. Ed a volte gli unici che vogliono essere italiani arrivano dall’estero.

Auguri!

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