La tecnologia che vorrei – Il finale (cose facili facili)


Chiudo (forse) la serie dei post sulla tecnologia che vorrei e lo faccio con due cosette semplici semplici da realizzare, proprio facili facili, che non richiedono alcun impegno ma solo un piccolo intervento.

Due cose sulle quali forse vi troverete a riflettere anche voi, perché nel fine settimana andrete da qualche parte e magari userete un navigatore. Oppure andrete a fare la spesa. Ed allora vi verrà da pensare…

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Chiunque abbia un navigatore satellitare in macchina o sul cellulare avrà vissuto questa esperienza: avete raggiunto la vostra meta, avete parcheggiato, magari a pochi metri da un incrocio, avete fatto ciò che dovevate fare e ripartite verso nuove avventure. Solo che la prima indicazione che vi arriva dal navigatore è: “All’incrocio prosegui in direzione sud est“. 

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Ammetto che il mio senso di orientamento sia abbastanza scarso ma, porca miseria, è possibile sentirsi dire semplicemente “gira a destra” o “gira a sinistra” o è chiedere troppo? Perché mentre hai la gente che ti suona dietro e davanti a te c’è il traffico in modalità “gran premio” non hai tempo di metterti a calcolare da dove sia sorto il sole o di cercare il muschio sugli alberi. Che faccio, mi oriento rispetto ad Okinawa? Il prossimo passo qualegnomone sarà? Eliminare l’orologio, perché tanto posso sempre fermarmi a conficcare un bastone per terra e costruirmi uno gnomone? Mettere come lingua unica l’aramaico antico? Ed è vero che sullo schermo c’è la bussola, ma io preferirei non dover guardare il navigatore e controllare la strada. Perché un istante prima intorno a te c’è il deserto, quello dopo fai il pelo ad un motociclista che sfreccia a 250 km/h (scene di vita vissuta). Quindi, o mi mettete il Gran Mogol e tutte le Giovani Marmotte in macchina oppure mi togliete questa insulsa indicazione dal navigatore.

Sennò tanto vale che quando imposto un indirizzo lui mi dica: “Adesso arrivaci e poi fammi sapere“. Pensate sia chiedere troppo?

Ma c’è un aspetto che mi sta ancora più a cuore, perché riguarda una cosa che adoro, cioè andare a fare la spesa. Il problema, però, è riuscire a portare a casa ciò che ho comprato, perché ultimamente ho un rapporto conflittuale con le buste.

A cominciare da quelle in cui devi mettere la frutta e la verdura prima di passare alla bilancia. Quelle quasi impalpabili, trasparenti. Non so voi, ma io mi ci incazzo tutte le volte, innanzitutto perché a seconda del tipo di busta perdo un sacco di tempo ad aprirla. Poi, quando ci riesco, ci metto dentro quello che ho preso ma… attenzione: se si tratta… che so… di carciofi o di banane, cioè qualcosa che abbia delle punte o una parte consistente, ho ottime possibilità che la busta si rompa all’istante. Ci credo, è sottile come un’ostia e non regge… un’ostia.

Ma va bene, perché tanto tra poco metterò tutto dentro le mie belle bustine che prenderò alla cassa (perché mi dimentico quasi sempre le apposite borse a casa). E che pagherò (tra l’altro).

Ricordo un pomeriggio di alcuni anni fa. Andai a fare la spesa e mentre imbustavo sentivo un gran puzzo di marcio. Guardai la spesa, controllando di non aver preso qualcosa di andato a male. Ricontrollai la lista, temendo di aver preso per errore del concime, ma non ne trovavo l’ombra. Ed i tempi dei batteri fecali nel cibo come all’Ikea erano ancora lungi dal venire. Controllai sotto le scarpe, ma non avevo pestato nulla che potesse portare fortuna.

Arrivai a casa e continuai a sentire ‘sto puzzo fetente. Finché mi accorsi che lo avevo anche sulle mani e da lì capii che erano le buste. Eh sì, perché da quando è stata vietata la plastica (che inquina) le buste sono fatte di composti organici biodegradabili. Che puzzano.

Solo che ho due appunti da fare:

  1. va bene la salvaguardia della natura, ma perché quando vado a fare la spesa devo provare l’esperienza in odorama surround di passeggiare in un campo concimato di fresco?
  2. mi stanno bene le buste biodegradabili, ma vorrei che non mi si biodegradassero lungo il tragitto negozio-casa!

Perché queste borse non reggono una mazza. Appena metti dentro qualcosa di pesante senti la maniglia che si assottiglia tra le tue mani, diventa come il filo di un perizoma (ma molto meno simpatico da tenere in mano). La busta si allunga come se la spesa stesse facendo bungee jumping e tu cerchi di muoverti con la camminata più rapida possibile (ma controllata, senza strattoni) per arrivare alla macchina. Chiaro che se poi per sbaglio hai preso un qualcosa di confezionato in vaschetta hai il 70% di probabilità che la busta si strappi. Qualsiasi confezione che abbia uno spigolo è un nemico giurato di queste buste.
babbo_con_spesa_ilpuntodilelloArrivi a casa sudato come un porco per aver portato la spesa tra le braccia come fosse un neonato, la metti a posto e guardi con disprezzo la busta (che se si è strappata non va bene neppure per la spazzatura). Guardi il disegno dell’albero che ti dice “Usando questa busta non mi hai abbattuto”. Oppure leggi “Io aiuto l’ambiente perché sono biodegradabile“.

E io ringrazio Dio che anche chi le ha inventate sia biodegradabile!

A parte il fatto che visto che ormai chiunque abbia fatto anche solo una comparsata da 10 secondi in un film si mette a produrre profumi, perché non ne studiamo uno per queste stramaledette buste?

Detto questo, aggiungo anche che quell’albero che abbiamo salvato molto probabilmente (sono quasi certo ma mi mancano le prove) è stato piantato da Hitler e subito dopo aver prodotto ossigeno emette delle scorregge per appestare l’aria.

Infine, vorrei far notare al genio che ha reso queste buste così resistenti che quando io le uso e queste non reggono il peso della spesa, scaricando in macchina o su un pavimento o sulla strada il loro contenuto, dovrò usare detersivi molto inquinanti per pulire tutto. Su alcune c’è scritto “Utilizzami ancora!“. Ma come cacchio ti utilizzo se sei a malapena arrivata integra a casa???

Ve le ricordate quelle belle bustone di una volta? Quelle che avevano la stessa consistenza della plastica delle confezioni dei pannolini? Ahhhh, quelle sì che erano uno spettacolo. Ci potevi mettere dentro anche un cactus senza strapparle. E se si avvicinava un malintenzionato qualunque donna poteva far roteare la spesa a mo’ di fromboliere e fracassarla sulla capoccia del delinquente. Provate a farlo con le buste di oggi: se non si rompono non appena le sollevate un po’ si rompono mentre le fate roteare, perché iniziano a degradarsi, trasformandovi in una mitragliatrice di alimenti che spara a 360°.

Ecco, anche in questo caso non chiedo nessuna cosa particolarmente tecnologica: chiedo solo che si torni alle care vecchie buste di una volta. Che mi facevano comprare anche più roba (tra l’altro).

Perché ok “save the world“, ma save anche il mio equilibrio psicofisico, no?

Dai, adesso basta. Passate un buon fine settimana e se avrete delle discussioni col navigatore, con le buste o altro fatemi sapere 🙂

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3 pensieri riguardo “La tecnologia che vorrei – Il finale (cose facili facili)

  1. Questo me lo ero persa! Fantastico! !! Sulle buste biodegradabili hai tutto il mio supporto. …. quando dimentico a casa i bustoni e sono costretta a pagare quelle… smadonno in tutte le lingue del mondo. Quando la cassiera mi chiede quante ne desidero rispondo a denti stretti perché vorrei morderla!

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