Evoluzione/involuzione della lingua italiana


Mi capita molto spesso di sottolineare come la nostra lingua stia andando a peripatetiche (cioè, volevo dire “a puttane” ma non mi sembrava elegante) ed ecco perché vi giro questo post che ho ricevuto stamani dal sito ilcerimoniale.it.

Si tratta di una riflessione molto interessante che mostra come il nostro linguaggio non solo si stia impoverendo per l’abuso di termini stranieri e per l’introduzione di orrendi neologismi, ma stia addirittura regredendo. Una cosa di non poco conto visto che la lingua è forse il maggior simbolo di unione di un popolo.

Buona lettura.

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“Le parole sono importanti”, disse Michele Apicella, e schiaffeggiò Mariella Valentini. Ma se è’ vero che se ne dicono spesso a sproposito, quando si è privi di argomenti o ignari del loro peso, qualcosa di più forte della ragione ce ne fa addirittura SCRIVERE, di parole sbagliate, con la fattiva complicità dell’abitudine (accidiosa nemica dell’intelligenza e fedele compagna della diffidenza).

Il linguaggio si evolve, ci piaccia o meno. Sentissimo parlare un nostro parente di cent’anni fa ci sembrerebbe ridicolo, e nessuno – nemmeno i difensori del parlare “come un libro stampato” – troverebbe opportuno il suo lessico, eppure, per quanto improbabili, molti atteggiamenti verbali si avviano a diventare comuni immortali, mentre d’altra parte la comunicazione scritta conserva tratti di vetustà ingiustificabile. Sarebbe bene, invece, evitare di scrivere come (ormai) si parla, e smettere di scrivere come non si parla più…  

Alcuni termini stranieri sono indispensabili (“garage” lo dicono tutti, e non vediamo ragione per tornare a utilizzare il termine “autorimessa”), ma altri non andrebbero messi per iscritto. Qualche esempio: OK invece di va bene (ma come farne a meno negli sms?), WOW per dire meraviglia, e in generale tutte le parole per le quali esiste una parola altrettanto “chiara” in italiano, come TREND, LUNCH, MEETING e così via.

Insopportabili alcuni neologismi di recente (e sinistra) apparizione. Come si fa a essere “proattivi”, qualcuno ce lo spiega? E per “implementare” qualcosa, devo andare in palestra? Si vuol dare l’idea di essere al passo con i tempi, dinamici, moderni, efficienti, vincenti, ma quasi sempre si rende solo trasparente un bluff.

Altrettanto ridicolo l’uso di parole “antiche”, ritenute più cortesi e consone a un contesto di maggiore educazione. Signora o signorina? Le signorine non ci sono più, è evidente, passata la pubertà, e nemmeno le zitelle. Le cose vanno chiamate con il loro “vero” nome. Piedi (chi si ricorda il Ferrini di “Quelli della notte”?) si può dire, se li si deve chiamare. Bagno si può dire, se lo si deve chiamare. Estremità inferiori e toilette NON sono parole migliori degli originali. Figuriamoci “brutto male” rispetto a cancro…

Ha ancora senso chiamare colazione e pranzo ciò che per quasi tutti sono pranzo e cena? Ammettiamo per primi di essere isolati in “dottrina”, ma davvero in questo caso la forzatura dei termini ci sembra superata: prende origine dal costume aristocratico (secolo diciottesimo) di levarsi molto tardi al mattino e dormire molto tardi la sera: la “colazione” aveva così luogo a mezzogiorno, quando i comuni mortali pranzavano, mentre il pranzo si svolgeva intorno alle 17 (la cena degli altri). La “loro” cena cominciava a mezzanotte, quando tutti gli altri dormivano da un pezzo, privi di luce e costretti dal battere della vita ad alzarsi con il canto del gallo. Non ci sembra che esista alcun buon motivo per continuare a scimmiottare una perduta abitudine aristocratica; si chiamino dunque le cose con il loro nome: colazione, pranzo e cena.

Un discorso a parte merita il mondo omo. Sono evidentemente da rifiutare tutti i termini assimilabili al turpiloquio. Le parolacce non sono il demonio, ma quando esprimono disprezzo per la diversità diventano inaccettabili: “dell’altra sponda”, “un po’ così” et similia sono orrori peggiori delle parole comunemente usate come insulto. Comunque, dire gay o lesbica è corretto, anche se la parola migliore forse è proprio omosessuale, buona per uomini e donne.

Infine, per verificare la pigrizia al cambiamento di locuzioni improbabili, controllate il libretto degli assegni, l’ultima comunicazione del condominio o quello che vi pare tra la vostra “normale” corrispondenza: prima della data, una volta su due, trovate scritto “LI'”. “Roma, lì 29 febbraio 2004”, “Catania, lì 29 febbraio 2004”. Perché “LI'”? Si vuole sottolineare che la lettera è stata scritta “lì” e non “qui”? Vogliamo essere rassicurati che Roma non si sposti da “lì” a “là” mentre scriviamo l’assegno? Naturalmente no. Si tratta di un relitto del passato, quando le lettere cominciavano con la data scritta più o meno così: “Roma, il secondo giorno di settembre del 1762”, volendo intendere che erano trascorsi “li primi due giorni del mese di settembre”. Da allora un articolo è rimasto, muto testimone di pigrizia mentale, e “luogo-LI’-data” continua a trovare posto in centinaia di migliaia di missive l’anno, nonostante non significhi più niente.

La dittatura del “precedente” genera mostri; e non solo parlando di linguaggio. Ma questa è un’altra storia.

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