Basta BESTÅ


Noi italiani siamo sempre pronti a parlare male dell’Italia ed a glorificare ciò che viene dall’estero. Pensate anche solo all’Ikea: chi di noi, andandoci, non ha pensato “Questi hanno davvero avuto delle idee geniali“? Sarà vero, ma è anche vero che così facendo lasciamo che ci prendano allegramente per il culo. Basta sfogliare il loro catalogo per averne degli esempi lampanti.

catalogo ikea

Per questo vi invito ad urlare insieme a me: Basta BESTÅ!!!

La prossima volta cosa ci diranno? Che nelle loro bottiglie possiamo mettere acqua ma anche vino? E che in due bottiglie entra più acqua che in una? In tal caso spero vengano denunciati dalla Maxibon. Vi ricordate lo spot in cui Accorsi abbordava le ragazze con “Two gust is megl che one“?

Ero un ragazzo o poco più e parlando con amici studenti universitari che provenivano da altre parti d’Italia mi sentivo dire cose del tipo “Ma sì, in quell’angolo metto un Besta…“, “Al limite con un Besta risolvo il problema“. Besta, Besta, Besta…

Capita di trovarti in quelle situazioni in cui chi ti parla usa un termine che tu non conosci ma che tutti ritengono debba esserti noto. Come quando sei un pischello e senti parlare le ragazze di “tennis“. “Il suo ragazzo le ha regalato un tennis…“. E ti viene da pensare che, innanzitutto, queste tizie si esprimono male perché “regalare un tennis” non significa nulla. E poi, scusa, ma che le ha regalato? Un campo da tennis? Una racchetta? Un giocatore di tennis? Boh.

Mi sono aperto molto tardi al meraviglioso nonché sfanculatissimo (perché di accidenti te ne fa tirare abbastanza) mondo dell’Ikea. Inizialmente perché una mia amica mi giurò di aver visto in vendita proprio lì quei ripiani rotanti che si trovano a centrotavola nei ristoranti cinesi. 12268828_2_zSuccessivamente ho scoperto che si chiama “Snudda“. Meno male che al tempo non lo sapevo. Pensate se avessi detto in presenza della mia amica “Ti voglio, Snudda“. Considerando che la virgola spesso non si capisce, con l’amica poteva finire bene ma anche molto ma molto male…

Siccome non potevo vivere senza, la accompagnai fino a Sesto Fiorentino, dove allora c’era l’Ikea più vicina a Pisa. Adesso quel coso, lo snudda, funge da appoggia tutto in cucina. A Pisa.

Ci tornai successivamente per acquistare quella spazzola che si usa per pulire i piatti prima di metterli in lavastoviglie… adesso 0179593_PE331804_S5non mi viene il nome, ma per il pubblico maschile dirò che si tratta dello scopettone del cesso ad uso piatti. Le donne, invece, avranno già capito che parlo di PlastisInsomma, spostamenti che tra autostrada e benzina costavano 15 € a fronte di un acquisti da 0,49 – 2 €. Ma compensavo acquistando quantità impressionanti di salsa al rafano.

Quando poi mi sono trasferito a Modena e c’è stato da fare qualche modifica all’appartamento in cui convivevo con quella che oggi è mia moglie, mi sono aperto all’ambito mobiliero ed ecco che finalmente per me la parola Besta (o meglio, BESTÅ) ha acquisito un senso.

Devo ammetterlo, questi diabolici svedesi hanno capito tutto della vita: con del legno che neppure le termiti attaccherebbero (hanno la loro dignità) tirano fuori delle soluzioni a tratti incredibili ed a prezzi accessibili a tutti. Certo, ti devi andare a prendere la roba e quindi questo vuol dire rischiare una denuncia per lesioni colpose per aver azzoppato qualcuno col carrello nel reparto mobili. Perché l’Ikea sul suo sito ti descrive tutto come assolutamente innocuo…

Versione Ikea

                     Versione Ikea

… ma la realtà è ben diversa.

Realtà

                               Realtà

In pratica, entrare in un porticciolo con una nave da crociera non è una manovra più difficile. Ogni volta che ti avvicini ad un angolo, cioè circa 3-4 metri prima, devi farti il segno della croce e sperare che non spunti un bimbetto che corre o una qualsiasi altra persona, altrimenti fai un fallo che ti becchi cartellino rosso, rigore e quattro giornate di squalifica. Inoltre ti offendono la mamma e ti becchi una denuncia. Ecco perché spesso le persone vanno all’Ikea in coppia: perché così una guida il carrello e l’altra fa da navigatore.

L’altro problema è il trasporto, perché se ti fai portare i mobili a casa spendi come farteli fare su misura in marmo di Carrara. Per fortuna oggi le macchine hanno un sacco di soluzioni che consentono di variare lo spazio nell’abitacolo e di fare comodamente il trasporto.

Quasi sempre.

Anni fa ho assistito ad una scena esilarante solo perché non mi riguardava. Eravamo da Conforama per prendere un mobile e con 10 € avrei avuto la consegna a casa. L’investimento mi allettava molto e stavo già sventolando la banconota sotto il naso della ragazza alla cassa. Che guardando le dimensioni del mobile mi disse: “Ma guardi che questo entra comodamente in macchina!“. Ed ai miei dubbi iniziò ad insistere: “Non stia a spendere inutilmente 10 euro, guardi che ce la fa!“. Sentendo quelle parole decisi di darle ragione, salvo mandarla mentalmente a cagare e darmi dell’imbecille pochi minuti dopo, quando caricare il mobile significò smontare mezza macchina e sudare camicie anche per le generazioni future.

Fatto sta che mentre mi riprendevo, mi misi ad osservare una coppia: lui caricava l’imballo, presumibilmente, di un armadio e palesava i suoi dubbi sul riuscire a chiudere il bagagliaio. Lei, al contrario, si diceva assolutamente certa che il portellone si sarebbe chiuso. Lui insisteva sul no, lei sul sì.

No. Sì. No. Sì. No. Sì. No. Sì. No. Sì. No. Sì. No.

Guarda, ti faccio vedere“, chiuse il discorso lei, che con grande convinzione sbattè il portello posteriore della vettura. 

Contemporaneamente, si sentì un rumore inquietante. Il portellone si era chiuso come aveva previsto lei. Purtroppo non aveva previsto che tale operazione avrebbe spinto uno spigolo del mobile contro il parabrezza. Finendo per fargli fare capolino dall’altra parte della vettura. Non ricordo esattamente cosa disse lui, ma ricordo che nominò diversi santi.

Al di là di questi piccoli problemi che possono accadere e dei dubbi che ti assalgono quando sei alle prime armi nel montaggio (poi ti accorgi che son tutti uguali), non nego che Ikea abbia grandi idee. 

Però…

Intanto mi sta abbastanza sulle palle il fatto di dover praticamente imparare lo svedese per capire cosa minchia vendono. 

Ringrazio il sito ninjamarketing.it per avermi svelato cosa c’è dietro ai nomi di ciò che ognuno di noi finisce per acquistare. In pratica i vari articoli sono divisi in 15 categorie ed ognuna di queste ha nomi di luoghi in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, nomi di lavori, nomi di fiumi, laghi e baie Svedesi, nomi maschili, nomi femminili, termini matematici e geometrici, nomi di piante, fiori e pietre preziose, termini musicali, chimici, nautici o nomi di stagioni, mesi, giorni, misure, pesi o navi, termini grammaticali, parole straniere per frutti, verdure e pesci, nomi di uccelli, mammiferi e vari aggettivi, espressioni colloquiali o nomi di posti in Svezia. Insomma, un po’ come il Kalasnikov porta il nome del suo inventore. Speriamo non aggiungano altre categorie o ci toccherà rassegnarci anche all’uso termini che indicano malattie veneree svedesi.

Il termine Ikea, invece, non vuol dire nulla ma è un acronimo: I e K sono le iniziali del CEO dell’azienda (Ingvar Kamprad), mentre E ed A sono, rispettivamente, le iniziali del nome della fattoria in cui è cresciuto e del villaggio più vicino a questa (Elmtaryd e Agunnaryd).

Geniale.

Questo spiega, ad esempio, perché una cosa simile non poteva nascere, che so, a Livorno, dove sarebbe stata chiamata IBDTM (Ir Budello Di Tu Ma). Diciamocelo, sarebbe stato difficile proporla a livello di marketing.

Comunque, non importa cosa significhino questi nomi. Fatto sta che io feci mia anni fa la campagna “Basta BESTÅ“, un po’ perché non ne potevo più di sentirne parlare, un po’ perché volevo onorare la memoria di un amico perito dopo aver chiesto informazioni al commesso Ikea su una serie di cose che la ragazza gli aveva detto di comprare. A furia di pronunciare tutti quei nomi impronunciabili subì la lussazione della mandibola, ingoiò la lingua e gli venne l’ugola biforcuta. Morì per la gravità delle ferite riportate. Quindi, in sua memoria, mi impegnai a non comprare più nulla di cui non fossi in grado di pronunciare il nome. 

Vi dirò che non ce l’ho fatta. Perché per quanto tu possa allontanarti dall’Ikea, alla fine ci torni. Come un drogato. Io cerco di vendicarmi portandomi via più matite che posso ma sarà dura farli fallire così. Ho provato anche a mettere in giro la voce che sottraggono legno che sarebbe destinato a costruire orfanotrofi nella steppa siberiana e che per ogni BESTÅ acquistato c’è una scolaresca russa costretta a studiare all’addiaccio. Ma non ho ottenuto risultati.

Questo è il mio ultimo tentativo. Non facciamoci prendere per il culo da chi ci ricorda che se mettiamo insieme due tavoli abbiamo più spazio per lavorare, o per mangiare. O addirittura per fare le due cose insieme.

Disintossichiamoci. Assaltiamo i negozi di bricolage e riscopriamo la bellezza di costruirci da soli quello che ci serve. Riassaporiamo la gioia delle martellate sulle dita e delle schegge nella carne. Dei mobili costruiti davvero col sangue e col sudore.

Se poi proprio non ci riusciamo potremo sempre ritornare come figliol prodighi all’Ikea. Che ci accoglierà ogni volta. Perché lì c’è gente che sa che tutto questo può succedere.

Ed infatti adesso vendono anche i cerotti.

Bastardi!

Basta BESTÅ

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