Le prime chicche del nuovo anno


Dopo mesi di colpevole assenza da questo blog, rieccomi per raccontarvi le mie prime chicche del nuovo anno. Lo so che starete commentando con un bel “chi se ne frega“, ma in un momento in cui stiamo tutti togliendoci gli aghi di abete dalle mutande (consapevoli che li ritroveremo ovunque per anni e li aggiungeremo a quelli dei lustri precedenti) tornare indietro di qualche settimana non può far male. No?

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Le feste sono iniziate come per tutti, con la rimpatriata totale del parentado. In quei giorni ho sentito un amico di Bergamo che stava esplodendo a causa delle specialità che i parenti della moglie avevano portato dalla Campania e che ogni giorno tiravano fuori. “Non riesco a capire dove le nascondano“, mi ha detto. In queste paolonesituazioni io penso sempre a Paolone del film 7 kg in 7 giorni (chi si fosse macchiato della grave colpa di non conoscerlo clicchi sull’immagine) e non credo di andare lontano dalla realtà.

Comunque, dopo i primi giorni di schermaglie gastronomiche, ce ne siamo andati. Ci siamo infilati in aeroporto coi bimbi e siamo andati a Parigi.

Città sempre stupenda, che qualcuno avrebbe voluto vedere “decapitata” come nella foto ma che non si arrende a questa stupida violenza e continua ad essere viva e vitale.

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Lì, per fortuna delle nostre tasche, ci attendeva l’appartamento generosamente lasciato libero per l’occasione da alcuni parenti. Oddio, appartamento… diciamo che gli estremi opposti della casa potevano avere tranquillamente CAP diversi per quanto è grande, ma per fortuna non abbiamo dovuto pulirlo. In quei giorni ho ripensato spesso alla recita di Natale di mio figlio, durante la quale hanno cantato una canzone che fa più o meno così: “Non importa se hai poco o tanto, dimmi che differenza fa“. Ecco, io vorrei tanto conoscere chi ha scritto questo testo, guarderei questa persona negli occhi e le poserei la mano sulla spalla con aria compassionevole. Per poi dirle che non ha davvero capito un beneamatissimo cazzo della vita.

Al di là di ciò, in quei giorni ho potuto vedere la trasformazione di mia figlia da bimba a incrocio tra Stewie Griffin e Chucky la bambola assassina. Lei se ne andava beatamente in esplorazione dell’appartamento ed io facevo fatica a trovarla, fin quando non sentivo quel “tup tup tup tup tup” rapido tipico della camminata veloce dei bimbi piccoli. Allora mi giravo e la vedevo dalla parte opposta del corridoio, al bivio tra due direzioni: mi sorrideva e poi spariva. E io iniziavo a pensare di dormire chiudendomi a chiave in camera.

Il tempo per fortuna è stato clemente ed abbiamo potuto girare la città molto comodamente, in metropolitana ma anche e soprattutto in autobus, che per i passeggini è molto comodo. Una cosa bella delle fermate è che in tempo reale vieni informato su quanto occorre attendere prima dell’arrivo del mezzo: questo aiuta molto quando sai di poterti trovare all’improvviso con qualcuno che ti dice “Papà, devo fare la pipì” anche se fino a due secondi prima aveva giurato di non doverla fare. Ma a parte questi problemi da genitori, c’è una cosa che non avevo mai notato in precedenza, forse perché mi ero sempre spostato in metropolitana:

Bello vero? Hai poca batteria per scrivere puttanate via Whatsapp ai tuoi amici o inviare emoticons-bestemmia alla RAI perché le mandino in diretta a reti unificate (tanto il telefono non serve più per chiamare)? Beh, a Parigi nessun problema: ti attacchi. Non al xxxxx, bensì alla porta USB 🙂 In Italia magari ci sarebbe pure chi salterebbe una corsa per scroccare più ricarica. Sarà anche che l’energia elettrica in Francia costa meno che in da noi, ma mi sembra una bella cosa.

Il 30 siamo andati a Disneyland e lì abbiamo dovuto dar fondo a tutte le capacità persuasive di cui un genitore deve disporre. “Noooooo, tesoro, perché andare da Buzz Lightyear dovecisono75minutidifilaalgeloediosolosasehannoaggiornatoitempidiattesa quando possiamo andare a vedere il Nautilus del Capitano Nemo tantosainasegatechedifferenzacetranemoecapitanfindusmaceunafiladi5minutiechissàperché?“.

Il risultato è stato buono, tanto è vero che ai nonni al telefonomio figlio ha raccontato di essere salito (o sceso? Boh!) su un sommergibile e di essere stato attaccato da un calamaro gigante! Comunque, a parte le file stratosferiche spesso saltate grazie alla corsia preferenziale per i passeggini è andato tutto bene.

Che poi… noi diciamo che è andato tutto bene ma io sono sicuro che tra i dipendenti di questi parchi divertimenti prosperi il mercato nero degli antidepressivi. Li guardavo in faccia durante la sfilata su Main Street, sorridenti come una che si fa tirare dal chirurgo plastico e li immaginavo intenti a strozzare l’amico che gli propone di andare a vedere l’ultimo film Disney. Poverini, li capisco, tutti i santi giorni a cantare la canzoncina e ripetere ossessivamente “magic”… per noi è bello, ma per loro deve essere scrotalmente ed ovaricamente debilitante.

A capodanno non abbiamo fatto nulla di particolare: cenetta a casa e poi bimbi a letto. E per bimbi intendo tutta la famiglia. Anche perché io avevo un mal di testa che quando mi è arrivato un messaggio di auguri e si è acceso lo schermo del cellulare ho avuto una reazione che neanche Dracula alla vista del sole. E chi se ne frega se non si brinda alla mezzanotte, tanto il nuovo anno mica si offende se non lo salutiamo.

Lo abbiamo salutato il giorno dopo sugli Champs-Élysées. Ci avevano avvisati che ci sarebbe stata una parata e noi non potevamo perdercela: quando viene fatta in una delle vie più famose del mondo, sinonimo di eleganza, di magnificenza e così via, non può che essere un evento indimenticabile. E poi c’è da tenere in considerazione la proverbiale grandeur francese: vuoi che non organizzino qualcosa di strafico?

E così, eccoci il 1° gennaio pronti ad assistere al primo grande evento dell’anno, attendendo le musiche incredibili delle principali band dei college americani, ballerine chiappe al vento, sfilate a 10 corsie con decine di figuranti/suonatori. Tutto questo anche se, per vie traverse, ci era stato detto che questa volta il tutto sarebbe stato leggermente ridimensionato per contenere il budget.

Tutto giusto. Solo che un conto è contenere il budget, un altro è se come nel film di Checco Zalone il budget consente solo tre cantanti cozze.

Direttamente da New Orleans, la città che più di ogni altra rappresenta il jazz nel mondo, ecco la Big Easy Jazz Ambassadors!

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Ok, dai, può succedere, un caso di omonimia. Un po’ come quell’Istituto tecnico che ha per nome l’acronimo ISIS. In questo caso avevano reclutato per errore il consiglio di amministrazione di una casa di riposo, ma non ne abbiamo fatto un dramma. 

Perché, d’altra parte, stava arrivando una band da Praga. E per cosa è famosa la Repubblica Ceca oltre che per la birra? Ecco che di questa cosa sta per arrivare una ventina di rappresentanti. Ma… ma…
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Ebbene sì, tutto qui. Dopo ripetute sfilate in cui le ragazze sembravano le riserve brutte di quelle bruttine, ci si aspettava qualcosa di più. Ma il budget è quel che è.

E fra una risata e l’altra, abbiamo sentito avvicinarsi le note coinvolgenti del ritmo brasiliano. Ok, ci sono 2 gradi (se ci sono), fa un freddo becco ma due chiappe le esigevo almeno in questo caso. E invece no. E per giunta, ecco la band 🙂

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Non esattamente la banda brasiliana che ci si attende.

Detto questo, però, ci siamo divertiti un sacco, anche perché intorno a noi c’era un bel mercatino di Natale con tante attrazioni per i bambini.

Per una volta abbiamo potuto ridere di una manifestazione francese inaspettatamente low cost, ma Parigi è talmente ospitale che si è subito fatta perdonare per questo mezzo scivolone. Eh sì. Perché mentre rientravamo verso casa, ci ha offerto la più grossa chicca della vacanza, qualcosa che mai ci saremmo aspettati di vedere.

Mai, infatti, avremmo pensato che Il Boss delle Cerimonie avesse fatto proselitismo nella Ville Lumière. Ed invece…
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Uno scenario bellissimo, con il fotografo appostato in mezzo alla strada in una posa degna di un cecchino di American Sniper. Tutte le donne ripetevano “poverina, chissà che freddo“, ma io pensavo che in fondo non lo ha prescritto il medico di sposarsi il 1° gennaio. Mi stava un po’ più sullo stomaco lui, che mi ha rubato l’idea per il vestito. Infatti, ho sempre detto a mia moglie che per il nostro 50° compleanno andremo a ri-sposarci a Las Vegas ed io avrò quello stesso abito ed Elvis come testimone. Perché se pacchianata deve essere… che lo sia fino in fondo.

Poteva esserci modo migliore per chiudere questa vacanza iniziata con un panino pesto e ravanelli (???) offerto da Air France e chiusa con il servizio fotografico più assurdo dell’anno?

Grazie 2016, mi stai già simpatico.

Tanto per starmi sulle palle hai un anno intero.

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