Caro uomo, ti chiedo scusa.


Il supermercato è affollato come sempre. Mamme, papà, bambini, nonni, ragazzi intenti a cercare sugli scaffali il necessario per il pranzo, la cena, un aperitivo tra amici.

Un uomo è in piedi davanti al banco frigo riservato ai prodotti confezionati. In Francia la scelta è ampia e con meno di 1,50 € si possono comprare tre tramezzini farciti di tutto punto che in compenso quelli degli autogrill italiani sembrano le razioni K della II Guerra Mondiale.

L’uomo guarda i prodotti disposti ordinatamente in file colorate. Ha l’aria di non cercare qualcosa in particolare, non sembra interessato al tipo di prodotto. Lo guardo e non so nemmeno perché. Indossa una semplice felpa, dei pantaloni e scarpe da montagna e sulle spalle ha uno zaino. Nei posti in cui si vive la montagna vera, non quella fatta solo di aperitivi in baita, nessuno fa caso a come ti vesti. Ed infatti non è il suo abbigliamento ad avermi colpito. Solo in un secondo momento capirò che ciò che avevo notato era lo sguardo.200019237-001

L’uomo è assorto davanti ai tramezzini ed io lo guardo di lontano. Lo vedo allungare una mano verso la tasca e ritrarla poco dopo con in mano un piccolo portamonete nero. Lo apre, e lo porta vicino al viso come farebbe un anziano per distinguere una moneta da 10 centesimi da una da 20. Ma lui non è anziano. Avrà forse 45 anni.

Sta contando i soldi. E non come potrebbe fare qualcuno che si rende conto di aver lasciato il bancomat o la carta di credito a casa. No, sta cercando di capire cosa può permettersi di comprare.

Mi si stringe il cuore. Inebetito lo fisso chiudere il borsellino ed allontanarsi. Mia moglie, a pochi metri da me, sta scegliendo le verdure mentre mia figlia si diverte nel vedere il vapore diffuso dal sistema automatico che tiene freschi gli ortaggi. Capisco che non sono il solo ad aver notato la scena. Non abbiamo bisogno di parlare, ci guardiamo e sospiriamo, pensando a cosa vuol dire vivere così ed a quante cose diamo per scontate ogni giorni quando si ha la fortuna di poter decidere su che binari far procedere la propria esistenza.

Si avvicina mia suocera, che era andata in cerca di altri prodotti. Ci legge in viso che qualcosa non va ed in pochi secondi la informiamo.

Due minuti dopo sono alla ricerca dell’uomo. Tocca a me, perché probabilmente tra uomini la cosa può essere più facile. Devo trovarlo e dargli dei soldi. 

Attraverso il supermercato costeggiando le casse, non penso che sia andato via, credo piuttosto che ci siano due posti dove posso trovarlo: nel reparto del vino o in quello del pane. Non che creda che si tratti di un ubriacone, ma so che è facile trovare dei vini a basso prezzo e si tratta comunque di una fonte di calorie. Ma mentre inizio la ricerca mi accorgo di non avere la più pallida idea di come fare a portare a termine la mia missione. Perché dare dei soldi a qualcuno che te li chiede è facile tanto quanto comprendere l’imbarazzo e la vergogna che può provare una persona nell’implorare l’aiuto economico a degli sconosciuti. Ma dare denaro senza che ci sia una domanda è tutta un’altra cosa.

Avanzo scrutando tra le corsie e mi dico che probabilmente il modo migliore per aiutarlo è quello di farlo con spontaneità. Ma solo in quel momento mi ricordo che non siamo in Italia e che qualunque cosa io gli dica dovrò farlo in francese. Generalmente non è un problema, ma mi rendo conto che la situazione è delicata, non posso rischiare di usare una parola per un’altra, devo fare attenzione perché basterebbe un nulla per offenderlo.

Finalmente lo vedo. Con mia grande gioia sta guardando il prezzo del pane. 

Mi avvicino ma resto a distanza, c’è troppa gente e qualunque cosa io possa dirgli voglio farlo lontano da altri sguardi. Attendo qualche secondo, cerco di non farmi notare. Penso ancora a come fare. Mi viene in mente che potrei far finta di raccogliere dei soldi e darglieli dicendo “Le sono caduti”, ma sarebbe proprio una presa in giro. E poi l’uomo mi ispira fiducia e credo che potrebbe dire che non sono suoi e rifiutarli.

Lo vedo nuovamente fare la conta mentale del contenuto del portamonete ed in quel momento mi accorgo che siamo soli.

Mi avvicino, sono tanto vicino da vedere che nel portamonete si nota solo il colore del rame.

Mi scusi…“, esordisco.

L’uomo si gira verso di me, ma non mi guarda negli occhi, lo sguardo si ferma sotto il mio mento e non per la differenza di altezza tra noi. Non so se sia disorientato ma è probabile che da tempo non guardi davvero negli occhi qualcuno, come se farlo possa autorizzare gli altri a compatirlo. Non mi risponde, ma capisco di avere la sua attenzione.

Le domando scusa…“, ripeto per riprendere le fila di un discorso mai preparato. “Vorrei aiutarla se me lo permette“. Cerco di parlare con il tono più pacato e rassicurante che la situazione mi permette e mentre gli parlo gli avvicino una mano in modo che possa vedere la banconota che gli porgo con la massima discrezione.

Farfuglia qualcosa, mi dice che non c’è bisogno che lo faccia.

Non si offenda, per favore“, insisto, “sarei davvero lieto di poterla aiutare se me lo consente“.

Ma non c’è nulla da fare. “Tienili, non c’è bisogno“, ripete, agitandosi leggermente ma senza allontanarsi.

Non me la sento di mollare ed insisto ancora. “La prego, li prenda, è solo un piccolo aiuto. Non voglio offenderla, le possono servire per comprare qualcosa“.

Grazie, non serve, li tenga pure“, risponde sempre con il solito tono basso.

Capisco di aver fallito e me ne dispiaccio. Ma non so che il peggio è ancora da venire.

Poco prima che l’uomo mi volti le spalle per tornare alla ricerca di prodotti alla sua portata, riesco ad incrociare il suo sguardo. Una lacrima è spuntata dall’occhio sinistro e scorre lungo il profilo del naso fino alla guancia.

Si allontana. Lo osservo fino a quando, con in mano una baguette, non si mette ordinatamente in fila con tutti gli altri clienti per pagare la sua spesa e sparire fuori dalle porte scorrevoli.

Quella lacrima è stata il pugno più forte che io abbia preso in vita mia. Ancora oggi mi chiedo, essendone quasi sicuro, se sia stata causata da un senso di vergogna che l’uomo ha provato a causa del mio gesto. Mi chiedo cosa avrei potuto fare di diverso. Mi chiedo se con il mio atteggiamento non abbia peggiorato la situazione, se non sarebbe stato meglio lasciarlo nella convinzione che nessuno si accorgesse della sua condizione.

Non so dove sia adesso, ma gli chiedo scusa per quella lacrima.

Erano mesi che non scrivevo più su questo blog, chiedendomi se non fosse arrivato il momento di chiuderlo, trovandomi a corto di pensieri leggeri che fino a qualche mese fa mi ispiravano decine di post più o meno privi di senso. 

Oggi torno a scrivere per lasciare traccia di quanto successo pochi giorni fa. Per non rischiare di dimenticare.

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7 pensieri riguardo “Caro uomo, ti chiedo scusa.

  1. Talvolta penso anche io di non star dedicando molto tempo al mio blog e che forse, chissà, prima o poi dovrò chiuderlo. Ma poi penso una cosa: è un “BLOG”, cioè qualcosa che faccio nel mio tempo libero quando voglio comunicare qualcosa. Se ti piace: bene; sennò amen.

    E il post che hai scritto è la dimostrazione che ho ragione: dobbiamo scrivere quando lo VOGLIAMO. Altrimenti il tutto perde senso. Non lo facciamo perché pagati (io personalmente prima lo facevo, per lavoro), ma lo facciamo perché abbiamo qualcosa da dire. E’ questa la grande differenza: noi abbiamo qualcosa da dire.

    Mi piace

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